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Torino dietro i portoni: alla scoperta dei cortili e dei palazzi storici

Tempo di lettura: 28 minuti

Un itinerario tra dimore nobiliari, cortili nascosti, curiosità e capolavori architettonici nel cuore della città sabauda.

Torino è la città in cui sono nata e dove ho trascorso la mia infanzia, un luogo al quale sono profondamente legata e che, nonostante i tanti ricordi, riesce ancora a sorprendermi.

Questa volta ho deciso di scoprire la sua parte meno visibile, partecipando a una visita guidata dedicata ai palazzi storici e ai cortili nascosti del centro cittadino, spesso custodi di autentiche meraviglie che sfuggono a chi passeggia lungo le strade.

Il nostro itinerario ci ha portati ad attraversare diverse zone del centro, seguendo gli orari di accesso ai palazzi e scoprendo, lungo il percorso, curiosità e particolari architettonici che non avevo mai notato.

Da Piazza Statuto verso il centro storico

Il punto di ritrovo della visita era Piazza Statuto, uno dei luoghi più particolari di Torino.

Piazza Statuto, a Torino, con i suoi eleganti portici ottocenteschi e gli edifici che incorniciano uno degli spazi più caratteristici della città.

La piazza è dominata dal Monumento al Traforo del Fréjus, dedicato alla grande impresa ingegneristica che consentì di realizzare il collegamento ferroviario attraverso le Alpi tra Italia e Francia.

L’opera monumentale, con la sua composizione di figure e massi rocciosi, testimonia quanto la costruzione del traforo fosse considerata un simbolo del progresso tecnico dell’Ottocento.

Il Monumento al Traforo del Fréjus.

Da qui è iniziata la nostra passeggiata verso il centro storico, alla ricerca di edifici che spesso si attraversano con lo sguardo senza conoscerne davvero la storia.

Piazza Savoia e l’obelisco delle leggi Siccardi

Proseguendo nella passeggiata, Piazza Savoia offre un’altra occasione per ripercorrere la storia cittadina.

Al centro della piazza sorge l’obelisco dedicato alle leggi Siccardi, promulgate nel 1850 nel Regno di Sardegna. Questi provvedimenti contribuirono a ridefinire i rapporti tra lo Stato e la Chiesa, abolendo alcuni privilegi ecclesiastici.

L’obelisco di Piazza Savoia, inaugurato nel 1853, celebra le leggi Siccardi del 1850, che abolirono alcuni privilegi ecclesiastici nel Regno di Sardegna.

La piazza è circondata da edifici storici e attività commerciali che contribuiscono a conservarne il carattere.

Tra queste merita attenzione anche la Farmacia Ferrero, con la sua facciata riccamente decorata: un esempio di come, passeggiando per Torino, anche le insegne e le vetrine possano diventare parte del racconto architettonico.

La storica Farmacia Ferrero, con la sua elegante facciata decorata, testimonia il fascino delle antiche botteghe del centro storico torinese.

Palazzo Saluzzo di Paesana: una dimora nobiliare dalle dimensioni straordinarie

A pochi passi da Piazza Savoia si trova Palazzo Saluzzo di Paesana, in via della Consolata 1 bis, considerato il più vasto e articolato palazzo nobiliare settecentesco di Torino.

La sua costruzione risale al periodo compreso tra il 1715 e il 1722, quando il marchese Baldassarre Saluzzo di Paesana, importante esponente dell’aristocrazia piemontese e senatore del Regno di Sardegna, affidò all’architetto Gian Giacomo Plantery il progetto di una residenza degna del prestigio raggiunto dalla famiglia.

L’edificio sorse durante la terza espansione urbanistica di Torino, voluta da Vittorio Amedeo II, in un’area precedentemente occupata dalla piazza d’armi della Cittadella.

Il progetto era particolarmente ambizioso: il marchese desiderava una dimora capace di competere, per imponenza e ricchezza architettonica, con le grandi residenze della corte sabauda.

Una delle caratteristiche più interessanti del palazzo è la sua organizzazione interna. Non era destinato esclusivamente alla famiglia Saluzzo, ma comprendeva anche appartamenti da affittare a esponenti dell’alta borghesia. In questo modo, il prestigio della residenza nobiliare si univa a una precisa funzione economica.

Il monumentale cortile d’onore, caratterizzato da un elegante doppio ordine di loggiati, archi e colonne, progettato dall’architetto Gian Giacomo Plantery nel Settecento.

Il grande cortile d’onore costituisce il cuore dell’edificio e rappresenta uno degli elementi più spettacolari del progetto.

Qui Plantery adottò una soluzione architettonica particolare: gli elementi tipici dei palazzi aristocratici torinesi vennero raddoppiati. Il cortile presenta infatti due accessi, due scaloni monumentali e due loggiati contrapposti, creando una scenografia di grande equilibrio e imponenza.

Particolarmente interessante è anche la volta dell’atrio, realizzata con una soluzione che permette di coprire uno spazio molto ampio senza ricorrere a sostegni intermedi.

Particolare del cortile d’onore con il porticato ad archi, le colonne in pietra e le eleganti decorazioni barocche. Sullo sfondo, il passaggio verso gli ambienti interni del palazzo.

Al piano nobile si trovavano gli appartamenti di rappresentanza della famiglia, decorati nel corso del Settecento con affreschi, stucchi e arredi raffinati. Tra gli artisti coinvolti figurano Bartolomeo e Domenico Guidobono.

Particolare del loggiato superiore del cortile d’onore, con le eleganti colonne, le volte ad arco, le finestre incorniciate da decorazioni barocche e il caratteristico lampione sospeso.

Il palazzo attraversò anche momenti difficili: durante l’occupazione francese venne utilizzato per l’alloggiamento delle truppe e, durante la Seconda guerra mondiale, subì danni a causa dei bombardamenti che colpirono Torino.

Tra il 1990 e il 1995 fu interessato da importanti interventi di restauro, che contribuirono al recupero delle facciate, dei cortili e degli scaloni.

Oggi Palazzo Saluzzo di Paesana continua a vivere attraverso iniziative culturali, mostre ed eventi, conservando il fascino di una delle più grandiose residenze aristocratiche della città.

I mascheroni portafortuna e le palle di cannone

Osservando con attenzione le decorazioni del cortile d’onore si possono notare alcuni curiosi mascheroni, con volti dalle espressioni grottesche, collocati sotto le arcate dei loggiati.

Particolare del loggiato superiore del cortile d’onore. Sotto gli archi si distinguono i mascheroni decorativi ai quali, secondo antiche credenze, veniva attribuito il potere di allontanare gli spiriti maligni e proteggere l’edificio.

Come ci ha spiegato la nostra guida, queste figure non avevano soltanto una funzione ornamentale. Secondo un’antica credenza, ai mascheroni veniva attribuito anche un significato apotropaico: si riteneva cioè che fossero capaci di allontanare gli spiriti maligni, la sfortuna e le influenze negative, proteggendo simbolicamente l’edificio e i suoi abitanti.

Uno dei mascheroni del cortile d’onore, ai quali la tradizione attribuiva il potere di allontanare gli spiriti maligni e proteggere il palazzo.

Un particolare che oggi può sembrare semplicemente decorativo, ma che racconta anche le superstizioni e le credenze del passato.

Il cortile custodisce inoltre un’altra curiosità, questa volta legata alla storia militare di Torino: sulla facciata settentrionale sono murate due palle di cannone.

Le due palle di cannone murate nella parete del cortile d’onore, testimonianze storiche degli assedi subiti dalla città nel 1706 e nel 1799.

Non si tratta di elementi decorativi, ma di testimonianze commemorative degli assedi subiti dalla città nel 1706 e nel 1799.

Durante l’assedio del 1706, le artiglierie franco-spagnole bombardarono Torino, provocando gravi danni agli edifici e mettendo in pericolo la popolazione. Anche nel 1799 la città fu interessata da bombardamenti, questa volta nel contesto delle guerre rivoluzionarie francesi.

In diversi edifici torinesi vennero successivamente murati alcuni proiettili, proprio per conservare la memoria di quegli avvenimenti.

Palazzo Saluzzo di Paesana, costruito dopo l’assedio del 1706, conserva così nel proprio cortile due piccole ma significative testimonianze della storia cittadina.

Dettaglio delle due palle di cannone murate nella parete del cortile d’onore, a memoria degli assedi subiti dalla città nel 1706 e nel 1799.

Sono dettagli che probabilmente non avrei mai notato passeggiando da sola e che rendono particolarmente interessante una visita accompagnata da una guida.

Palazzo Scaglia di Verrua: una rara testimonianza rinascimentale

Proseguendo lungo via Stampatori, al numero 4 incontriamo Palazzo Scaglia di Verrua, uno degli edifici più particolari del centro storico torinese e una rara testimonianza dell’architettura rinascimentale sopravvissuta alle grandi trasformazioni barocche della città.

Il palazzo sorge nell’antica isola dei Beccuti, un insieme di proprietà già documentato nel Trecento e successivamente suddiviso in diversi lotti. Alla fine del Cinquecento l’edificio assunse progressivamente l’aspetto che ancora oggi lo contraddistingue.

Nel 1603 il pittore Antonino Parentani, di origine bresciana, realizzò un ciclo di affreschi destinato a decorare sia la facciata esterna sia il cortile interno. Le pitture raffigurano soggetti mitologici, divinità dell’Olimpo, figure allegoriche e motivi ornamentali, secondo il gusto tardo-rinascimentale dell’epoca.

La particolarità di Palazzo Scaglia di Verrua è proprio questa: mentre gran parte dei palazzi torinesi si presenta con facciate barocche o neoclassiche, qui sopravvive una decorazione pittorica che ci permette di immaginare una Torino molto diversa da quella che conosciamo oggi.

La facciata rinascimentale di via Stampatori, impreziosita dagli affreschi realizzati nel 1603 da Antonino Parentani, con scene allegoriche e mitologiche.

Gli affreschi nascosti per quasi due secoli

Durante la visita la guida ci ha raccontato un particolare davvero interessante.

Nel Settecento, quando il gusto barocco aveva ormai trasformato profondamente Torino, le decorazioni rinascimentali del palazzo vennero ricoperte attraverso un procedimento chiamato scialbatura, che consisteva nell’applicare uno strato di intonaco o di materiale a base di calce sopra le superfici dipinte.

Gli affreschi scomparvero così alla vista, fino a quando, intorno al 1880, iniziarono gli interventi per riportarli alla luce.

Oggi le pitture appaiono inevitabilmente sbiadite, ma questo non significa che siano state abbandonate.

La guida ci ha spiegato infatti un principio fondamentale del restauro conservativo: l’obiettivo è preservare ciò che è giunto fino a noi, senza ridipingere arbitrariamente le parti mancanti o alterare i colori originali, evitando così di creare un falso storico.

Osservare queste decorazioni significa quindi ammirare una testimonianza autentica del passato, con tutti i segni lasciati dal tempo.

Un cortile che sembra appartenere a un’altra Torino

Attraversando il portone, la differenza rispetto agli altri palazzi visitati durante la giornata è immediatamente evidente.

Qui non troviamo la monumentalità e le elaborate scenografie del Barocco, ma un elegante cortile rinascimentale, caratterizzato da un porticato al piano terreno e da un loggiato superiore sorretto da colonne.

Le arcate, le proporzioni equilibrate e le decorazioni pittoriche creano un insieme armonioso, quasi raccolto, che invita a soffermarsi sui particolari.

Tra i due livelli corre una fascia affrescata con motivi ornamentali e figurativi, mentre intorno alle finestre sono ancora riconoscibili i girali decorativi e le dentellature.

Durante la visita la guida ci ha fatto notare anche le splendide lanterne in ferro battuto, particolarmente eleganti, e il terrazzo verdeggiante che sovrasta il loggiato, oggi legato al B&B Stampatori.

Parte del porticato è stata chiusa nel corso del tempo per esigenze pratiche, ma il cortile conserva ancora il fascino della sua struttura originaria.

Il suggestivo cortile rinascimentale con il porticato inferiore, l’elegante loggiato sorretto da colonne, le decorazioni affrescate del primo Seicento e, in alto, il terrazzo verdeggiante del B&B Stampatori.

Un altro particolare interessante riguarda l’organizzazione degli antichi isolati torinesi. Un tempo, infatti, i cortili di edifici differenti potevano trovarsi uno accanto all’altro, formando un intreccio di passaggi e spazi interni, quasi un piccolo labirinto nascosto dietro le facciate delle strade principali.

Proprio di fronte a Palazzo Scaglia di Verrua si trova anche un caratteristico toret, la tradizionale fontanella pubblica torinese dalla testa di toro, diventata uno dei simboli più amati della città. Un piccolo dettaglio che non potevo certo lasciarmi sfuggire durante la visita!

Il toret di fronte a Palazzo Scaglia di Verrua.

La contessa di Verrua: una storia di corte, passioni e libertà

Nel Seicento il palazzo passò alla famiglia Scaglia di Verrua, alla quale apparteneva Jeanne-Baptiste d’Albert de Luynes, celebre contessa di Verrua, nota soprattutto per la sua relazione con Vittorio Amedeo II di Savoia.

Jeanne-Baptiste d’Albert de Luynes, Contessa di Verrua (1670–1736), nota anche come “Comtesse de Verrue”. Dipinto di autore ignoto, XVII secolo (Opera nel pubblico dominio).

La sua vita, ricca di intrighi di corte e vicende sorprendenti, merita un racconto a sé, al quale dedicherò un prossimo articolo.

Lasciamo quindi questo affascinante cortile rinascimentale e proseguiamo il nostro percorso alla scoperta dei palazzi storici di Torino.

Palazzo Lascaris di Ventimiglia: dalla nobiltà sabauda al Consiglio regionale

Proseguendo il nostro itinerario siamo arrivati in via Alfieri 15, davanti a Palazzo Lascaris di Ventimiglia, uno degli edifici storici più rappresentativi della Torino barocca e attuale sede del Consiglio regionale del Piemonte.

Palazzo Lascaris di Ventimiglia, Torino – La facciata monumentale di via Alfieri 15, oggi sede del Consiglio regionale del Piemonte.

Il palazzo venne costruito tra il 1663 e il 1665 per volontà del conte Giovanni Battista Beggiamo, probabilmente su progetto dell’architetto Amedeo di Castellamonte.

Nel corso dei secoli passò attraverso diverse famiglie aristocratiche, tra cui i Carron di San Tommaso e, dal 1803, i Lascaris di Ventimiglia, dai quali deriva il nome attuale.

Una curiosità riguarda il legame con la famiglia Cavour: Adele Lascaris sposò infatti Gustavo Benso di Cavour, fratello maggiore del celebre statista Camillo. Per un periodo l’edificio fu conosciuto anche come Palazzo Lascaris-Cavour.

L’aspetto attuale è il risultato di numerose trasformazioni. Particolarmente importanti furono gli interventi ottocenteschi, che modificarono la facciata e il cortile introducendo elementi decorativi neobarocchi.

Particolare della decorazione barocca sopra il portale d’ingresso, con due putti che sorreggono un cartiglio recante l’iscrizione «Banco di Sconto e di Sete», testimonianza di una delle successive destinazioni d’uso del palazzo.

L’ingresso monumentale è caratterizzato da un ricco apparato ornamentale, mentre all’interno si conservano uno scenografico atrio con colonne marmoree, uno scalone d’onore e raffinati ambienti di rappresentanza.

Uno scorcio del cortile interno visto attraverso le arcate del porticato.

La storia del palazzo è legata anche a un avvenimento fondamentale per l’industria italiana: l’11 luglio 1899 vi fu sottoscritto l’atto costitutivo della FIAT.

Durante la Seconda guerra mondiale l’edificio subì gravi danni a causa dei bombardamenti del 1943, che provocarono anche la perdita di importanti decorazioni seicentesche.

Acquistato dalla Regione Piemonte nel 1975, venne restaurato e inaugurato nel settembre 1979 come sede del Consiglio regionale, funzione che conserva tuttora.

Il monumentale portone ligneo, caratterizzato da elaborati pannelli geometrici e da una decorazione scolpita.

Superato il portone monumentale, lo sguardo viene immediatamente attirato dall’elegante porticato che circonda il cortile interno.

A sostenerne le volte sono splendide colonne in marmo dalle tonalità rosate e brune, attraversate da venature chiare che disegnano sulla superficie motivi sempre diversi.

Le eleganti colonne in marmo venato del porticato, con capitelli ionici e volte decorate.

Sono proprio queste venature naturali a rendere ogni colonna differente dalle altre. I capitelli ionici, con le caratteristiche volute, sostengono una successione di archi e volte riccamente decorate, creando un insieme di grande raffinatezza.

Alzando gli occhi si possono ammirare le decorazioni pittoriche delle volte, con motivi floreali, ornamentali e piccoli elementi araldici. La luce che penetra dal cortile mette in risalto il contrasto tra le superfici chiare delle volte e i colori più intensi del marmo.

Particolare delle volte decorate del porticato, dove motivi floreali e ornamentali impreziosiscono gli archi sostenuti dalle eleganti colonne in marmo.

È uno di quei luoghi in cui vale davvero la pena fermarsi qualche minuto, osservando i particolari che una visita frettolosa rischierebbe di far passare inosservati.

Un’altra prospettiva del porticato di Palazzo Lascaris, con la successione delle volte decorate, le colonne marmoree e i raffinati elementi scultorei delle pareti.

Un particolare che mi ha colpita particolarmente è stata la pavimentazione dell’atrio d’ingresso, realizzata con piccoli blocchi di legno di castagno disposti uno accanto all’altro.

Osservandoli da vicino si distinguono perfettamente gli anelli di accrescimento del legno, che creano un disegno fatto di cerchi e venature sempre differenti.

Particolare della pavimentazione dell’atrio, realizzata con blocchetti di legno di castagno sui quali sono visibili gli anelli di accrescimento.

Una soluzione decisamente insolita rispetto alle tradizionali pavimentazioni in pietra, tanto da meritare una fotografia dedicata. Questa particolare pavimentazione è stata anche oggetto di interventi di restauro conservativo, insieme agli altri elementi architettonici dell’atrio.

Il Palazzo delle Poste di via Alfieri: un gioiello architettonico spesso ignorato

Proseguendo lungo via Alfieri, ci siamo fermati davanti a un edificio che probabilmente molti torinesi frequentano senza soffermarsi troppo ad ammirarlo: il Palazzo delle Poste, uno degli esempi più interessanti dell’architettura pubblica torinese del primo Novecento.

La monumentale facciata dell’edificio, caratterizzata da elementi neoclassici e decorazioni Liberty.

D’altra parte, diciamocelo: quando si pensa di dover andare alla posta, difficilmente si immagina di trovarsi davanti a un piccolo capolavoro architettonico. Eppure è proprio quello che abbiamo scoperto durante la nostra visita.

L’edificio venne realizzato nella seconda metà degli anni Venti del Novecento, su progetto dell’ufficio tecnico comunale, in un periodo in cui anche gli edifici destinati ai servizi pubblici erano concepiti per essere monumentali, eleganti e rappresentativi della città.

All’epoca la costruzione suscitò alcune perplessità per le sue dimensioni, considerate eccessive rispetto alle necessità cittadine. Si parlava infatti di circa 3.500 metri quadrati, una superficie che poteva sembrare sproporzionata per un ufficio postale.

Bisogna però ricordare che, prima dell’avvento della posta elettronica e delle comunicazioni digitali, il servizio postale svolgeva un ruolo fondamentale nella vita quotidiana. Lettere, cartoline, documenti e corrispondenza commerciale dovevano essere raccolti, smistati e distribuiti attraverso un’organizzazione che richiedeva spazi molto più ampi di quelli destinati al semplice ricevimento del pubblico.

Una facciata tra Neoclassicismo e Liberty

La facciata, caratterizzata da una composizione tripartita con due corpi laterali aggettanti verso la strada, presenta un interessante stile eclettico, nel quale convivono elementi di ispirazione neoclassica e decorazioni Liberty.

Durante la visita, la nostra guida ha richiamato anche il lavoro dell’architetto Casalegno e dello scultore Rubino, associati alla stagione decorativa torinese che comprende la celebre facciata dello storico locale Baratti & Milano.

Particolarmente interessanti sono le figure femminili che ornano l’edificio. A prima vista potrebbero sembrare rappresentazioni Liberty, ma osservandole attentamente si riconosce ancora l’influenza della tradizione neoclassica ottocentesca: sono donne dalle forme robuste e prosperose, raffigurate nell’atto di sostenere idealmente l’architrave.

Il Liberty emerge invece nelle decorazioni vegetali che circondano la monofora, dove le foglie diventano sottili, leggere e stilizzate, secondo il gusto floreale caratteristico di questo movimento artistico.

La facciata è inoltre arricchita da numerosi riferimenti araldici, che ricordano il legame di Torino con la monarchia sabauda e con altre città italiane.

Accanto allo stemma di Torino, con il caratteristico toro rampante, compaiono infatti simboli riconducibili a Casa Savoia e ad altre città, tra cui il giglio di Firenze, la lupa di Roma e riferimenti ad Alessandria.

Al centro della composizione si trova anche un grande orologio, che durante la nostra visita, come ha osservato ironicamente la guida, non segnava più l’ora corretta.

Tra gli elementi decorativi più raffinati figurano le maioliche policrome di gusto fiorentino, collocate nella parte superiore della facciata, nelle quali si alternano rappresentazioni del toro rampante e dello stemma sabaudo.

Particolare delle maioliche policrome della facciata, con gli stemmi di Torino e di Casa Savoia, incorniciati da raffinati motivi vegetali.

Sono dettagli che testimoniano quanto la decorazione dell’edificio fosse pensata non soltanto per abbellirlo, ma anche per richiamare la storia e l’identità della città.

Varcato l’ingresso, ci siamo trovati in un ambiente ricco di decorazioni e significati simbolici. Come ci ha spiegato la guida, un tempo si riteneva che la bellezza avesse anche una funzione educativa e benefica, persino negli edifici pubblici.

Una curiosità riguarda le scale, con gradini inizialmente convessi e successivamente concavi: una soluzione che richiama lo scalone di Palazzo Carignano e che simboleggiava l’accoglienza riservata agli ospiti della corte sabauda, idealmente abbracciati dall’architettura.

Le antiche denominazioni degli uffici sono accompagnate da pigne scolpite, simboli di fecondità e abbondanza, mentre le cornici e le colonne presentano eleganti decorazioni vegetali Liberty, già osservate sulla facciata.

Alzando lo sguardo si ammirano figure femminili alate, vestite di veli leggeri e con capigliature tipiche del primo Novecento. Sono allegorie della Vittoria, che la guida ha collegato alla conclusione della Prima guerra mondiale.

Sul soffitto compaiono infine dodici tondi raffiguranti i segni zodiacali, un richiamo all’interesse della corte sabauda per l’astrologia e alla presenza di astrologi al servizio dei Savoia fino al Settecento.

I nodi sabaudi, le rose Liberty e i simboli di prosperità

Tra le decorazioni dell’atrio spiccano intrecci circolari legati alla simbologia sabauda, che ricordano il celebre nodo di derivazione marinara. La guida ci ha mostrato come questi motivi, presenti anche in dipinti e arazzi, si ripetano nelle forme geometriche e ha richiamato il nodo raffigurato sul braccio della statua di Minerva.

Particolarmente eleganti sono le rose Liberty, dalle delicate tonalità avorio, verde acqua, carta da zucchero e rosa pesca.

Curiosa anche la presenza di due figure bovine: il toro rampante, simbolo di Torino e della forza, e un bue più massiccio, emblema di ricchezza, fertilità e abbondanza del regno sabaudo.

La ricchissima decorazione della volta dell’atrio, con motivi floreali Liberty, figure bovine simbolo di prosperità e raffinati ornamenti dorati.

Ancora una volta, nulla sembra essere stato lasciato al caso: ogni elemento decorativo contribuisce a costruire un linguaggio simbolico che richiama la città, la dinastia e gli ideali di prosperità dell’epoca.

Un cortile barocco nascosto sotto una copertura di vetro

Il grande salone degli sportelli, progettato come reinterpretazione di un cortile barocco e illuminato dalla monumentale copertura in vetro e ferro.

La sorpresa più grande ci attendeva oltre l’atrio: un cortile completamente coperto, progettato per richiamare quelli dei palazzi barocchi torinesi, come Palazzo Lascaris, visitato poco prima.

Arcate, portici, colonne e teste di leone, simboli di forza e protezione, ricreano l’atmosfera dei cortili nobiliari. La principale differenza è la copertura in vetro e ferro, che garantisce luminosità e riparo dalle intemperie. Come ci ha spiegato la guida, il complesso comprende tre gallerie, due coperte in vetro e ferro e una in vetrocemento.

Le colonne presentano scanalature appena accennate, basi in marmo verde, forse proveniente dalla zona di Susa, e capitelli decorati con le stesse foglie stilizzate già osservate sulla facciata e nell’atrio.

Sopra alcune colonne compaiono infine le lettere RP, iniziali di Regie Poste, a ricordare la funzione originaria dell’edificio.

Gli antichi sportelli e la tutela di un patrimonio storico

All’interno della grande sala si conservano anche eleganti sportelli e strutture in legno di noce, impreziositi da decorazioni vegetali che riprendono i motivi Liberty presenti nel resto dell’edificio.

Gli zoccoli e altri dettagli in marmo verde contribuiscono a mantenere quella continuità di materiali e colori che caratterizza l’intero complesso.

La guida ci ha raccontato anche una curiosità legata alla conservazione di questi arredi storici.

Gli sportelli originali, progettati secondo le esigenze del loro tempo, non rispondono pienamente agli attuali criteri di accessibilità, in particolare per le persone che utilizzano una sedia a rotelle.

Tuttavia, trattandosi di elementi sottoposti a tutela, non possono essere modificati liberamente.

Per conciliare la conservazione del patrimonio architettonico con le necessità del servizio pubblico, secondo quanto ci è stato spiegato, è stato quindi predisposto uno sportello apposito, evitando interventi invasivi sulle strutture originali.

È un esempio interessante di come un edificio storico possa continuare a svolgere la propria funzione, pur richiedendo soluzioni particolari per adeguarsi alle esigenze contemporanee.

Minerva e il monumento ai telegrafisti caduti

All’interno del Palazzo delle Poste si trova un imponente monumento bronzeo dedicato ai telegrafisti postali caduti durante la Prima guerra mondiale.

La scultura raffigura Minerva, dea romana della sapienza, con un lungo abito, un braccio proteso e un grande medaglione commemorativo. Sul braccio compare anche un nodo decorativo, che la guida ci ha spiegato essere collegato alla simbologia sabauda.

La statua bronzea di Minerva dedicata ai telegrafisti postali caduti nella Prima guerra mondiale. Il monumento reca un’iscrizione commemorativa datata 1933.

Sul basamento marmoreo, un’ulteriore iscrizione celebra il valore dell’assistenza e della solidarietà.

Il monumento conserva così la memoria di chi aveva prestato servizio nell’amministrazione postale, ricordandone il sacrificio durante il conflitto.

Palazzo Valperga Galleani: The Number 6, tra storia barocca e arte contemporanea

Proseguendo lungo via Alfieri siamo arrivati al civico 6, davanti a Palazzo Valperga Galleani, oggi conosciuto come The Number 6, un edificio seicentesco trasformato in un prestigioso complesso residenziale.

La guida ha subito chiarito un equivoco: quello che viene talvolta definito «il palazzo più bello del mondo» ha ricevuto in realtà un premio per la qualità della sua ristrutturazione.

Recuperato dal Gruppo Building tra il 2010 e il 2013, nel 2015 ha conquistato il premio internazionale Building of the Year di ArchDaily, nella categoria Refurbishment.

La targa che ricorda il premio Building of the Year 2015, assegnato al progetto The Number 6 nella categoria Refurbishment.

Un riconoscimento importante, che ha contribuito a far conoscere questo angolo di Torino ben oltre i confini italiani.

Dalla residenza seicentesca al palazzo settecentesco

Le origini risalgono al 1663, quando l’architetto e ingegnere militare Maurizio Valperga, attivo presso la corte sabauda, iniziò ad ampliare la propria residenza.

L’edificio aveva inizialmente una struttura a C, con tre ali affacciate su uno spazio aperto destinato a giardino.

Passato nel 1709 ai conti Galleani di Canelli e Barbaresco, venne ulteriormente ampliato tra il 1781 e il 1784 su progetto di Luigi Michele Barberis, assumendo una configurazione più chiusa.

L’ala settecentesca conserva anche splendidi soffitti a cassettoni che, secondo la guida, risultano particolarmente suggestivi quando vengono illuminati nelle ore serali.

Un cortile che ricorda una casa di ringhiera

Entrando nel cortile, la prima impressione è piuttosto particolare.

Non ci si trova davanti al classico cortile monumentale di un palazzo barocco torinese, con una composizione scenografica e perfettamente simmetrica.

La guida ci ha fatto osservare che l’ambiente, così come appare oggi, ricorda quasi una casa di ringhiera, per la disposizione delle aperture e delle strutture che si affacciano sullo spazio interno.

Il cortile interno con i ballatoi, le fioriere sospese e l’installazione contemporanea di Richi Ferrero.

Questa impressione deriva proprio dalle trasformazioni subite dall’edificio nel corso dei secoli.

Questa caratteristica deriva dalle trasformazioni dell’edificio: l’antico giardino aperto è diventato progressivamente un cortile circondato da costruzioni di epoche differenti.

Proprio qui si trova l’elemento più sorprendente dell’intero complesso.

Il Giardino Barocco Verticale di Richi Ferrero

Al centro del cortile è sospesa una spettacolare installazione realizzata nel 2013 dall’artista torinese Richi Ferrero, intitolata Il Giardino Barocco Verticale.

Il Giardino Barocco Verticale di Richi Ferrero, un albero metallico sospeso nel cortile, i cui rami si illuminano nelle ore serali.

Non si tratta di una semplice decorazione luminosa, ma di un intervento artistico che coinvolge l’intero spazio, sviluppandosi in altezza e dialogando con il pavimento e con le piante collocate lungo il cortile.

L’opera richiama simbolicamente l’antico giardino del palazzo attraverso un albero metallico sospeso, i cui rami terminano con piccoli elementi luminosi.

La struttura pesa circa 500 chilogrammi ed è realizzata con materiali tra cui alluminio e rame.

Ferrero, noto anche per i suoi interventi luminosi legati alle Olimpiadi torinesi del 2006, ha immaginato un albero che sembra galleggiare nell’aria. L’opera è stata inoltre inserita nel percorso di Luci d’Artista.

Un pavimento che si accende insieme all’albero

La particolarità dell’installazione è che non coinvolge soltanto l’albero sospeso.

Sotto alcuni elementi in resina della pavimentazione si nascondono circa 300 metri di strisce LED, che si accendono insieme ai rami metallici, creando suggestivi giochi di luce.

Durante la visita, parte del pavimento era nascosta da una struttura in fase di montaggio. Soltanto successivamente, grazie a un video pubblicato dal Gruppo Building su Facebook, ho scoperto che si trattava di una grande installazione specchiante, collocata sotto l’albero luminoso.

Nelle immagini serali, l’albero e le facciate del cortile si riflettono sulla superficie, creando uno straordinario effetto di profondità che purtroppo non abbiamo potuto ammirare dal vivo.

Anche le fioriere con piante ricadenti, tra cui l’edera, sono dotate di illuminazione LED e partecipano alla composizione.

Il restauro del Gruppo Building e i giardini pensili

Il recupero di Palazzo Valperga Galleani non si è limitato al cortile.

L’intervento, coordinato dall’architetto Luca Petrone per il Gruppo Building, ha interessato l’intero complesso, con l’obiettivo di restituire all’edificio la sua originaria vocazione residenziale, integrandola con le esigenze dell’abitare contemporaneo.

Il progetto ha trasformato l’antico palazzo in un prestigioso complesso di appartamenti, nel rispetto delle parti storiche sottoposte a tutela.

Una delle soluzioni più originali riguarda le coperture.

Come ci ha spiegato la guida, alcune porzioni dei tetti sono state trasformate in superfici piane, sulle quali sono stati realizzati giardini pensili e terrazze private.

Da questi spazi partono scale che conducono ad altre terrazze collocate a quote differenti, creando un articolato sistema di ambienti all’aperto.

Osservando con attenzione la parte superiore dell’edificio, si possono distinguere alcuni di questi terrazzini che spuntano oltre le coperture.

Il pannello illustrativo del progetto di riqualificazione, con immagini degli appartamenti, del cortile e dei giardini pensili.

Un modo ingegnoso per sfruttare gli spazi disponibili senza rinunciare al fascino della struttura storica.

Il complesso comprende inoltre una SPA e spazi per il fitness.

Il legame con il Grande Torino

Palazzo Valperga Galleani conserva anche un’importante pagina della storia sportiva cittadina.

Dal 1929 al 1962 ospitò la sede del Torino Calcio, attraversando anche l’epoca del leggendario Grande Torino, la squadra degli Invincibili tragicamente scomparsa nel disastro aereo di Superga del 4 maggio 1949.

Una targa commemorativa sulla facciata ricorda questo legame con la memoria granata.

Un incontro riuscito tra passato e presente

Palazzo Valperga Galleani dimostra come un edificio storico possa trovare una nuova vita senza perdere la propria identità.

L’antica residenza ducale, i giardini pensili e lo spettacolare albero luminoso convivono oggi in un insieme sorprendente, dove architettura barocca e arte contemporanea si incontrano.

Palazzo Trucchi di Levaldigi e il misterioso Portone del Diavolo

Proseguendo il nostro itinerario nel centro storico di Torino, siamo arrivati davanti a Palazzo Trucchi di Levaldigi, all’angolo tra via XX Settembre e via Alfieri, uno degli edifici seicenteschi più curiosi della città, conosciuto soprattutto per il suo celebre Portone del Diavolo.

Eppure, come ci ha subito fatto osservare la nostra guida, sarebbe un peccato limitarsi a questo particolare, perché il palazzo custodisce un autentico capolavoro di architettura e di arte decorativa.

Un ingresso monumentale ricavato da un angolo

Il palazzo venne realizzato nel Seicento per Giovanni Battista Trucchi di Levaldigi, importante esponente dell’amministrazione sabauda, su progetto legato alla famiglia di architetti Castellamonte.

Per creare un ingresso monumentale lungo una strada piuttosto stretta, gli architetti adottarono una soluzione ingegnosa: smussarono l’angolo dell’edificio, ricavando una superficie diagonale sulla quale collocare il portale.

L’accesso è incorniciato da imponenti colonne cinghiate in marmo bianco di Carrara, caratterizzate da fasce sporgenti che ne accentuano la monumentalità.

L’ingresso monumentale ricavato sull’angolo smussato dell’edificio, con le imponenti colonne cinghiate in marmo bianco di Carrara e il celebre portone seicentesco.

L’effetto complessivo è notevole, soprattutto considerando le dimensioni relativamente contenute dello spazio urbano nel quale il portale è inserito.

Un capolavoro di intaglio del 1675

Il celebre portone, realizzato nel 1675 da una manifattura parigina e successivamente trasportato a Torino, è uno splendido esempio di lavorazione del legno di noce che presenta numerosi intagli: puttini, conchiglie, fiori, frutti, mascheroni e creature fantastiche, spesso trascurati dai visitatori attratti soprattutto dal famoso battacchio.

Particolare della parte superiore del portone del 1675, con puttini, composizioni floreali, frutti, motivi vegetali e mascheroni scolpiti nel legno di noce.

Tra le figure più curiose compare quello che sembrerebbe essere un toro intento ad addentare la coda di un serpente, sebbene le strane caratteristiche anatomiche dell’animale rendano difficile identificarlo con certezza.

Il battacchio che ha dato origine alla leggenda

Il particolare più famoso è il battacchio in ottone, formato da una testa grottesca con tratti umani e caprini, sormontata da corna, e da due teste di serpente intrecciate che costituiscono la parte mobile.

Il celebre battacchio in ottone del Portone del Diavolo, con il volto grottesco dalle caratteristiche umane e caprine e le teste di serpente intrecciate, circondato dagli elaborati intagli del legno.

La sua forma ha alimentato numerose interpretazioni demoniache, anche se, come ha ricordato la guida, mascheroni e animali fantastici sono piuttosto comuni nei battacchi degli antichi palazzi torinesi.

Il portone comparso in una notte

Secondo una leggenda, il portone sarebbe comparso misteriosamente durante la notte, senza che nessuno avesse assistito al suo trasporto e montaggio.

La fantasia popolare attribuì così l’opera al diavolo, che, secondo una versione del racconto, l’avrebbe fatta apparire per imprigionare qualcuno che continuava a evocarlo.

Una storia priva di fondamento documentale, ma sufficiente a trasformare il portone in una delle tappe più celebri degli itinerari dedicati alla Torino magica.

Il numero 15, i tarocchi e le curiose coincidenze

La guida ci ha raccontato altre curiose coincidenze: secondo la tradizione, nei pressi del palazzo esisteva una tipografia che stampava anche carte dei tarocchi, nelle quali il Diavolo corrisponde all’arcano maggiore XV, il numero 15.

Prima della rinumerazione civica, anche il palazzo avrebbe avuto il numero 15 e, nelle vicinanze, passa tuttora il tram numero 15!

Ovviamente si tratto solo ed esclusivamente di semplici coincidenze.

Quando la leggenda oscura l’arte

La guida ci ha fatto notare come molti visitatori arrivino fin qui soltanto per fotografare il battacchio, senza osservare gli splendidi intagli che lo circondano.

La fama esoterica finisce così per oscurare il valore artistico del portale, che meriterebbe attenzione anche senza le leggende.

Prima di proseguire, la guida ci ha regalato un’ultima battuta: se proprio volevamo trovare qualcosa di demoniaco nel palazzo, potevamo considerare che ospita la Banca Nazionale del Lavoro!

Abbiamo lasciato il Portone del Diavolo con il sorriso, ma anche con una maggiore consapevolezza della straordinaria abilità degli artigiani che lo realizzarono quasi quattro secoli fa.

Un portale da osservare, non soltanto da fotografare

Lasciando Palazzo Trucchi di Levaldigi, mi è rimasta soprattutto l’impressione di quanto sia facile fermarsi davanti a un monumento senza guardarlo davvero.

Il Portone del Diavolo è certamente affascinante per le storie che lo circondano, ma lo è ancora di più per la qualità della sua lavorazione, la ricchezza delle decorazioni e l’intelligenza della soluzione architettonica che lo incornicia.

Le colonne cinghiate, l’angolo smussato, gli intagli del legno e le figure fantastiche raccontano una storia molto più concreta, e forse ancora più interessante, di quella del demonio.

Una storia fatta di architetti, artigiani e maestranze che, quasi quattro secoli fa, seppero trasformare l’ingresso di un palazzo in una vera opera d’arte.

Piazza San Carlo: un particolare architettonico da riscoprire

Il nostro itinerario è proseguito attraverso piazza San Carlo, uno dei luoghi più rappresentativi di Torino, che avevamo già avuto occasione di visitare e approfondire durante l’itinerario dell’anno precedente, sempre con la stessa bravissima guida.

Questa volta non ci siamo soffermati sui monumenti e sulla storia della piazza, ma la guida ha richiamato la nostra attenzione su un particolare architettonico che passa facilmente inosservato.

Piazza San Carlo, Torino – Veduta generale della piazza, con i suoi eleganti edifici porticati e il monumento equestre a Emanuele Filiberto di Savoia, conosciuto dai torinesi come il Caval ëd Brons.

Ci ha ricordato che, quando la piazza venne progettata da Carlo di Castellamonte a partire dal 1637-1638, i portici presentavano un aspetto diverso da quello attuale.

Le arcate erano infatti sostenute da coppie di colonne libere, sormontate da aperture circolari chiamate oculi. Una soluzione elegante e ariosa, simile a quella che avevamo osservato poco prima a Palazzo Lascaris.

Con il passare del tempo, però, emersero problemi di stabilità. La pietra utilizzata per le colonne, proveniente dalle cave di Gassino, tendeva a deteriorarsi e i sostegni manifestarono difficoltà nel reggere il peso degli edifici soprastanti.

La guida ci ha invitati a osservare attentamente alcune colonne, dalla base fino al capitello, facendoci notare come risultassero leggermente inclinate verso l’interno della piazza.

Per evitare possibili cedimenti, nel Settecento si rese necessario un intervento di consolidamento. Nel 1764 Benedetto Alfieri progettò di inglobare le coppie di colonne in più robusti pilastri di muratura, modificando così l’aspetto originario dei portici.

Anche gli oculi vennero tamponati e arricchiti con panoplie, decorazioni in rilievo raffiguranti armi, armature e trofei militari.

La lunga successione dei portici seicenteschi progettati da Carlo di Castellamonte, con le decorazioni delle facciate e uno degli eleganti lampioni monumentali della piazza.

La configurazione originaria della piazza è documentata anche nelle raffigurazioni del Theatrum Sabaudiae, la celebre raccolta di vedute dei territori sabaudi pubblicata nel 1682, nella quale è possibile riconoscere l’impostazione architettonica seicentesca.

Un particolare interessante, che ci ha permesso di osservare piazza San Carlo da una prospettiva diversa.

Palazzo Birago di Borgaro: il capolavoro di Filippo Juvarra in via Carlo Alberto

Lasciata piazza San Carlo, abbiamo proseguito lungo via Carlo Alberto, un tempo conosciuta come Contrada della Madonna degli Angeli, fino a raggiungere il civico 16, dove sorge uno dei più raffinati esempi di architettura barocca torinese: Palazzo Birago di Borgaro.

L’edificio, oggi sede istituzionale della Camera di commercio di Torino, fu progettato da Filippo Juvarra a partire dal 1716, su incarico del conte Augusto Renato Birago di Borgaro, uno dei personaggi più influenti della corte sabauda.

Un cortigiano facoltoso e un architetto d’eccezione

Augusto Renato Birago di Borgaro apparteneva a una famiglia nobile che aveva consolidato le proprie ricchezze e il proprio prestigio grazie ai rapporti con la corte.

La guida ci ha raccontato che il conte ricoprì importanti incarichi presso Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III, prestando servizio come cavaliere d’onore delle regine Anna Maria d’Orléans e Polissena Cristina d’Assia-Rotenburg.

Il prestigio acquisito da Birago di Borgaro gli consentì di commissionare la propria residenza a un architetto di eccezionale fama: Filippo Juvarra, nominato Primo Architetto di Sua Maestà e giunto a Torino nel 1714.

Il 13 giugno 1716 il conte acquistò il terreno sul quale sarebbe sorto il palazzo, affidando a Juvarra quella che viene considerata una delle sue prime importanti realizzazioni private nella capitale sabauda.

Una facciata studiata per sembrare più slanciata

Fermandoci davanti all’edificio, la guida ci ha invitati a osservare la facciata e, in particolare, il modo in cui Juvarra riuscì a conferirle un aspetto monumentale senza renderla eccessivamente pesante.

L’ingresso monumentale su via Carlo Alberto 16, progettato da Filippo Juvarra, con le colonne che sostengono il balcone d’onore. Attraverso l’androne si intravede il cortile interno.

Uno degli accorgimenti più interessanti è il cosiddetto ordine gigante.

Ma che cosa significa?

Normalmente le lesene, cioè quegli elementi verticali simili a colonne ma addossati alla parete, possono essere limitate a un singolo piano dell’edificio.

Juvarra, invece, le fece sviluppare verticalmente attraverso più livelli, superando la cornice marcapiano che separa un piano dall’altro.

Il risultato è un effetto ottico molto efficace: lo sguardo viene naturalmente accompagnato verso l’alto e la facciata appare più slanciata e imponente di quanto non sia realmente.

Al centro si apre il grande portale d’ingresso, affiancato da due colonne che sostengono il balcone d’onore.

Un altro elemento caratteristico è l’alternanza dei timpani triangolari e curvilinei sopra le finestre. Questa variazione movimenta la facciata, interrompendone la regolarità senza compromettere l’equilibrio complessivo.

La guida ci ha fatto notare anche la presenza di motivi decorativi a forma di conchiglia, particolarmente cari al linguaggio ornamentale juvarriano.

Juvarra, che era anche un religioso appartenente alla Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri, utilizzò spesso questo elemento nelle proprie composizioni decorative. La conchiglia, tradizionalmente associata anche a significati di rinascita e rinnovamento, diventa così un motivo riconoscibile del suo stile.

L’androne: un ingresso che anticipa la sorpresa

Se la facciata colpisce per la sua eleganza, è varcando il portone che si comprende pienamente la capacità di Juvarra di trasformare l’architettura in una scenografia.

L’ingresso conduce a un ampio atrio monumentale, concepito non come un semplice passaggio, ma come un vero spazio di rappresentanza.

Le colonne scandiscono l’ambiente, mentre una volta a vela con lunette contribuisce a conferirgli leggerezza e armonia.

La grande lanterna sospesa nell’atrio monumentale, tra eleganti volte decorate e colonne, con uno scorcio del verde oltre il portone.

La sensazione è quella di trovarsi in un salone aperto, dove ogni elemento è stato studiato per accompagnare lo sguardo verso il cortile.

Particolare dell’atrio monumentale, con le colonne, le volte e un’urna ornamentale collocata all’interno di un’apertura circolare.

Non bisogna dimenticare che nei palazzi nobiliari settecenteschi l’ingresso aveva anche una funzione sociale: doveva impressionare gli ospiti e comunicare immediatamente il prestigio della famiglia proprietaria.

L’atrio di Palazzo Birago di Borgaro risponde perfettamente a questa esigenza, preparando il visitatore alla spettacolare composizione architettonica che si apre subito dopo.

Anche le porte interne contribuiscono alla ricchezza decorativa dell’edificio. Una di queste presenta eleganti pannelli lignei intagliati, nei quali ritroviamo motivi vegetali e conchiglie.

Una delle porte lignee interne, decorata con pannelli intagliati, motivi vegetali e conchiglie.

Un particolare interessante è il cancello in ferro battuto, aggiunto nell’Ottocento per volontà della famiglia Della Valle, successiva proprietaria del palazzo.

Il cancello consentiva di lasciare aperto il grande portone, mantenendo visibile lo spazio esterno e regolando nello stesso tempo l’accesso alla residenza.

Il cancello in ferro battuto osservato dall’androne, con il portone ligneo aperto e la vegetazione illuminata dal sole sullo sfondo.

Il cortile d’onore: una piccola bomboniera barocca

Eccoci finalmente alla parte che la guida considerava la più interessante dell’intero edificio: il cortile interno.

Veduta del cortile d’onore progettato da Filippo Juvarra, con le pareti curvilinee, il fondale scenografico e la nicchia monumentale che accoglie una statua.

Juvarra non si limitò a progettare un cortile rettangolare circondato dagli edifici, come avveniva frequentemente nelle residenze nobiliari.

Scelse invece una soluzione molto più originale, caratterizzata da pareti curve che formano un emiciclo, creando una sorta di quinta teatrale.

L’architettura sembra quasi avvolgere il visitatore.

Le linee curve rendono lo spazio più raccolto, ma contemporaneamente gli conferiscono profondità e movimento. È un effetto tipicamente barocco, nel quale l’edificio non viene concepito soltanto come una costruzione funzionale, ma come una vera composizione scenografica.

La particolarità del cortile risiede anche nella sua organizzazione.

Le pareti curvilinee separano infatti il cortile d’onore, destinato all’accoglienza e alla rappresentanza, da un secondo cortile di servizio, detto anche cortile rustico, utilizzato per le attività pratiche della residenza e per le carrozze.

In questo modo Juvarra riuscì a conciliare due esigenze molto diverse: da una parte creare un ambiente elegante da mostrare agli ospiti, dall’altra nascondere alla vista le funzioni di servizio.

Il percorso delle carrozze e l’effetto teatrale

Il cortile era stato studiato anche per rispondere alle esigenze della vita aristocratica del Settecento.

Le carrozze potevano entrare attraverso il portone principale, accompagnare gli ospiti fino all’atrio e compiere le manovre necessarie per proseguire il loro percorso.

La particolare disposizione degli spazi consentiva quindi di organizzare gli arrivi e le partenze senza compromettere la monumentalità dell’ingresso, ma la soluzione era soprattutto scenografica.

Immaginiamo di percorrere via Carlo Alberto e di trovare il grande portone spalancato: attraverso l’androne, lo sguardo raggiunge direttamente il fondale curvilineo del cortile.

È come osservare una scena teatrale incorniciata dall’architettura.

Questa prospettiva non era casuale, ma faceva parte del progetto di Juvarra, che aveva una profonda conoscenza della scenografia teatrale e amava utilizzare effetti prospettici nelle proprie architetture.

La statua che oggi impreziosisce il fondale del cortile, invece, non appartiene al progetto originale: la sua collocazione è successiva al 1861.

La statua femminile collocata nella nicchia monumentale del cortile, raffigurata mentre sostiene un’anfora sulla spalla.

Anche il prospetto interno presenta accorgimenti illusionistici, tra cui una finta strombatura, cioè un effetto prospettico che simula un’apertura più profonda, presso una finestra del salone d’ingresso.

Ancora una volta Juvarra dimostra come, attraverso piccoli artifici, sia possibile modificare la percezione dello spazio.

Le trasformazioni successive e la Camera di commercio

Filippo Juvarra riuscì a seguire direttamente soltanto la costruzione della parte principale dell’edificio, comprendente l’androne e il piano nobile, oltre a progettare l’emiciclo del cortile.

Dopo la morte del committente, avvenuta nel 1746, il palazzo passò al figlio adottivo, Ignazio Renato Birago di Vische, anch’egli architetto, al quale vengono attribuiti alcuni interventi di completamento, soprattutto negli ambienti secondari.

Nel 1858 la proprietà fu acquistata dalla famiglia Della Valle, che introdusse importanti modifiche decorative negli appartamenti del piano nobile.

Risalgono a questa fase numerosi interventi di gusto eclettico e neorococò, particolarmente evidenti negli ambienti interni e nello scalone d’onore, la cui struttura conserva tuttavia l’impostazione settecentesca.

Dal 2000 Palazzo Birago di Borgaro ospita la sede istituzionale della Camera di commercio di Torino, che ne ha promosso il recupero e la valorizzazione attraverso interventi di restauro.

L’edificio conserva così una doppia identità: testimonianza dell’eleganza della Torino sabauda e sede di un’istituzione contemporanea.

Prospetto interno del palazzo, con il passaggio ad arcate che collega gli ambienti della residenza e gli spazi del cortile.

Un piccolo capolavoro nascosto dietro un portone

Tra i palazzi incontrati durante il nostro itinerario, Palazzo Birago di Borgaro è certamente uno di quelli che meglio dimostrano la straordinaria capacità di Filippo Juvarra di unire eleganza, funzionalità e teatralità.

La facciata slanciata, il grande atrio e soprattutto il cortile curvilineo raccontano un’architettura nella quale nulla è lasciato al caso.

La definizione di bomboniera, utilizzata dalla nostra guida, mi sembra particolarmente azzeccata: dietro un ingresso apparentemente discreto si nasconde uno spazio raffinato, studiato nei minimi dettagli per sorprendere chi lo attraversa.

Proprio questa è una delle cose più affascinanti delle visite ai palazzi storici torinesi: scoprire che, a volte, le meraviglie più interessanti non si trovano lungo le facciate, ma dietro i grandi portoni che si aprono sui cortili interni.

Palazzo Carignano: il capolavoro di Guarino Guarini

Palazzo Carignano è uno degli edifici più riconoscibili di Torino e uno dei capolavori del barocco italiano.

La costruzione ebbe inizio nel 1679, per volontà di Emanuele Filiberto di Savoia-Carignano, su progetto di Guarino Guarini.

La facciata in mattoni rossi, con il suo andamento ondulato, rompe la regolarità degli edifici circostanti e dimostra la straordinaria originalità dell’architetto.

Il mattone, materiale apparentemente semplice, viene utilizzato per creare cornici, motivi ornamentali, rilievi e superfici che cambiano aspetto a seconda della luce.

Palazzo Carignano, Torino – La spettacolare facciata ondulata in mattoni rossi progettata da Guarino Guarini.

Durante la visita siamo entrati nel cortile interno, dove la guida ci ha invitati a osservare un particolare che difficilmente avremmo notato da soli: i mattoni delle pareti presentano tonalità differenti.

La differenza è particolarmente evidente nel punto in cui una muratura dal colore rosso più intenso incontra una superficie di mattoni molto più chiari. Come ci ha spiegato la guida, questa variazione permette di riconoscere le diverse fasi costruttive del palazzo, distinguendo la parte originaria dall’ampliamento successivo.

Nel cortile interno è chiaramente visibile la differenza cromatica tra le murature, testimonianza delle diverse fasi costruttive dell’edificio.

Un altro elemento che colpisce nel cortile è il corpo centrale curvilineo, caratterizzato da grandi finestre e da un ricchissimo apparato decorativo realizzato quasi interamente in laterizio.

Osservandolo si comprende quanto Guarini fosse abile nel modellare le superfici attraverso il mattone, trasformando un materiale comune in un elemento architettonico di grande eleganza.

Il suggestivo corpo centrale curvilineo del cortile interno, con le grandi finestre ad arco, gli oculi circolari e le elaborate decorazioni in mattoni, testimonianza della straordinaria creatività architettonica di Guarino Guarini.

L’edificio occupa anche un posto fondamentale nella storia italiana: qui nacquero Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, futuro primo re d’Italia.

Particolare della facciata barocca di Guarino Guarini, con l’iscrizione dedicata a Vittorio Emanuele II, nato proprio in questo palazzo nel 1820.

Nel 1848 il grande salone ellittico fu trasformato nell’aula del Parlamento Subalpino, mentre l’ampliamento ottocentesco del palazzo venne progettato per ospitare il Parlamento del Regno d’Italia.

L’ampliamento, realizzato nella seconda metà dell’Ottocento su progetto di Domenico Ferri, diede al palazzo una seconda facciata monumentale, affacciata su piazza Carlo Alberto.

A differenza delle forme ondulate ideate da Guarini, questo prospetto presenta un’impostazione più regolare e solenne, con colonne, statue e ricche decorazioni.

La monumentale facciata ottocentesca affacciata su piazza Carlo Alberto, con il monumento equestre dedicato a Carlo Alberto in primo piano. Ho scattato questa fotografia alcuni mesi fa, durante una precedente visita a Torino, poiché attualmente la facciata è coperta dalle impalcature per i lavori di restauro.

Oggi Palazzo Carignano ospita il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano e continua a rappresentare una delle testimonianze più affascinanti della storia e dell’architettura torinese.

Elegante lampione a più bracci davanti alla facciata in mattoni, con le raffinate decorazioni architettoniche sullo sfondo.

Con la visita al suo cortile si è conclusa la nostra mattinata dedicata alla scoperta dei cortili e dei palazzi storici di Torino. Un itinerario che ci ha permesso di osservare la città da una prospettiva diversa, oltrepassando portoni che spesso nascondono autentiche meraviglie e scoprendo storie, dettagli architettonici e curiosità che difficilmente avremmo conosciuto passeggiando da soli.

Un ringraziamento speciale va alla nostra guida, Emanuela Fantini, per la sua preparazione, la capacità di coinvolgerci e, soprattutto, per la passione autentica con cui racconta Torino. Le sue spiegazioni, ricche di aneddoti e particolari insoliti, hanno reso questa passeggiata non soltanto interessante, ma anche piacevole e coinvolgente. È bello incontrare qualcuno che riesce a trasmettere così bene il proprio amore per una città, facendoti scoprire qualcosa di nuovo anche quando pensi di conoscerla già.

La nostra giornata torinese, però, non era ancora finita! Nel pomeriggio abbiamo proseguito alla scoperta di alcune botteghe storiche, tra insegne d’altri tempi, vetrine affascinanti e attività che custodiscono un pezzo della memoria cittadina.

Di queste visite vi racconterò in un prossimo articolo, perché anche le botteghe di Torino meritano uno spazio tutto loro.

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Pubblicato da Signorina Bloggy

Blogger. Le mie passioni principali sono viaggiare, leggere libri e guardare film, visitare mostre, fiere e musei.

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